marco thiella

la forma in assenza di colore

di nina zerby

Se dovessi descrivere te stesso, cosa diresti?
Un esteta che sogna avventure, curioso e il tutto condito
con due gocce di umorismo cinico. Insomma, quel
personaggio che non tutti digeriscono, nel bene o nel male 😉

 

Quando hai cominciato a percepire te stesso come artista?
Da molto piccolo, già verso i 6/7 anni, colori e fogli erano il
mio passatempo preferito. La consapevolezza effettiva è
arrivata quando alle scuole medie, nelle ore di educazione
artistica, venivo accusato dal docente di turno di essermi
fatto fare il lavoro da qualcun’altro. “Too good to be true!”

 

Cosa vuoi trasmettere attraverso il tuo lavoro?

Il mio lavoro trasmette più al sottoscritto che agli altri, o almeno ho la presunzione che sia così. È un lavoro che si basa sulla stratificazione e sul tempo come cicatrici che rimangono. Le cose belle e le risposte si trovano il più delle volte tra i difetti e gli errori.

L’aneddoto più divertente sulla tua esperienza
professionale?
Ho avuto la fortuna di lavorare con molti artisti di livello
internazionale, e aneddoti ce ne sarebbero molti; dal risotto
salatissimo preparato a Kiki Smith, alle notti brave trascorse
con Oscar Murillo a Berlino, ma l’episodio che ora mi fa
sorridere, ma non sicuramente quando mi è accaduto, è di
quella volta che mi è stato chiesto di lavorare come
assistente per Marisa Merz.  Dividevamo un appartamento
assieme durante il suo periodo di permanenza a Venezia, in
preparazione di un eventuale mostra durante la Biennale di
arti visive. Il mio compito era anche di controllare che tutto andasse bene visto l’età dell’artista e visto il carattere non
proprio così socievole. Esperienza magnifica ma nessuno mi aveva avvertito che Marisa era solita alzarsi in piena
notte e fuggire…

 

Qual’è il tuo sogno o aspirazione?
Lo sto realizzando in questo preciso momento, un cambio
radicale che mi porterà in Indonesia, e spero mi possa
portare a fare in modo più costante quello che amo di più:
creare!

Quali sono gli artisti contemporanei italiani dei quali ammiri il
proprio lavoro?
L’arte per me ha mille sfaccettature quindi credo che
soffermarsi solo nell’arte visiva sia riduttivo. Apprezzo molto
il lavoro di Luca Guadagnino, Stingel Rudolf e Giorgio
Andreotta Caló come artista e amico.

 

Se fossi un artista (so che lo sei ma intendo uno celebre)
saresti?
Mi vedrei più come un Paul Gauguin, con la forza di una
Louise Nevelson. 

 

3 artisti del cuore
Louise Nevelson, Kiki Smith e Alberto Burri.

Cosa ti piace degli esseri umani contemporanei?
La libertà di viaggiare (o almeno di quando si poteva) e delle
coppie sempre più miste.


Cosa non ti piace degli esseri umani contemporanei?
Come si sono evoluti i rapporti. Sempre meno contatto fisico
e troppo tempo di fronte ad uno schermo.

 

Libro sul comodino ora?
Memorie di Adriano (Marguerite Yourcenar) e una seconda
letta a Siddharta (Hermann Hesse).

Marco Thiella studia pittura e installazione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia laureandosi con un lavoro di ricerca sull’opera di Ilya Kabakov. 
E’ stato assistente di Ilya Kabakov nel 2001, 2003 e nel 2004 viene scelto come assistente dall’artista americana Kiki Smith per un progetto che dura circa un anno. Ha lavorato presso la Fondazione Querini Stampalia di Venezia dove ha avuto la possibilità di essere a stretto contatto con numerosi artisti italiani e stranieri. Questo gli ha permesso di raffinare e comprendere le numerose dinamiche che circondano l’arte contemporanea. Ha vissuto a Berlino per circa dieci anni, e il periodo nella capitale tedesca gli offre la possibilità di lavorare per diverse gallerie di altissimo livello tra cui Neugerriemschneider, Thomas Schulte, Isabella Bortolozzi e La Fondazione Sammlung Hoffmann.
“Il linguaggio formale di Marco  Thiella ricorda un diverso, contraddittorio modernismo: le forme e l’aspetto delle opere
dipinte sono in qualche modo una reminiscenza dell’arte minimalista degli anni sessanta, e in alcuni casi ricorda l’Arte Povera.
La neutralità del nero e dei pochi toni usati rende possibile sperimentare la forma quasi in assenza di colore. La stratificazione di livelli, superfici e profondità fa riferimento al corpo e al carattere umano. I frammenti insieme rispondono ad un determinato scopo: singolarmente, invece, sono inutili e senza forma. Frammenti nascosti nelle opere, le riportano in vita.” 
Ala Glasner

 

Il suo lavoro è stato esposto in numerose collettive in Italia e all’estero e fa parte di collezioni private a Berlino, Vienna e
Stoccolma.